“L’apparizione non è sostenuta da alcun esistente diverso da essa; ha il suo
proprio essere. Il primo essere che si incontra nelle ricerche ontologiche è
dunque l’essere dell’apparizione. È anch’esso un’apparizione? Sembra, a
prima vista. Fenomeno è ciò che si manifesta, e l’essere si manifesta a tutti
in qualche modo, giacché possiamo parlarne e ne abbiamo una certa
nozione. Deve quindi esservi un fenomeno dell’essere, un’apparizione di
essere, descrivibile come tale. L’essere sarà scoperto attraverso qualche via
d’accesso immediato, la noia, la nausea, ecc., e l’ontologia sarà la
descrizione del fenomeno d’essere quale si manifesta in se stesso, cioè
senza intermediari. Tuttavia conviene porre ad ogni ontologia una
domanda pregiudiziale: il fenomeno d’essere colto in tal modo è identico
all’essere dei fenomeni? Cioè, l’essere che mi si svela, che mi appare, è
della medesima natura dell’essere degli esistenti che mi appaiono?
Parrebbe facile la risposta: Husserl ha dimostrato come una riduzione
eidetica è sempre possibile, che si può sempre oltrepassare il fenomeno
concreto verso la sua essenza, e, per Heidegger, la “realtà umana” è
ontico-ontologica, cioè può sempre andare oltre il fenomeno verso il suo
essere. Ma il passaggio dall’oggetto singolo all’essenza è passaggio
dall’omogeneo all’omogeneo. È dello stesso tipo il passaggio dall’esistente
al fenomeno d’essere? Oltrepassare l’esistente verso il fenomeno d’essere,
vuol dire superarlo in direzione del suo essere, come si supera il rosso
particolare verso la sua essenza? Esaminiamo meglio.
In un oggetto particolare si possono distinguere sempre qualità come il
colore, l’odore, ecc. E, partendo da queste, si può sempre individuare
un’essenza che esse implicano, come il segno implica il significato.
L’insieme “oggetto-essenza” costituisce un tutto organico: l’essenza non è
nell’oggetto, è il senso dell’oggetto, la ragione della serie di apparizioni che
lo manifestano. Ma l’essere non è né una qualità dell’oggetto afferrabile fra
le altre, né un senso dell’oggetto. L’oggetto non fa richiamo all’essere come
ad un significato: sarebbe impossibile, per esempio, definire l’essere come
una presenza – anche l’assenza rivela l’essere perché non essere là, è pur
sempre essere. L’oggetto non possiede l’essere, la sua esistenza non è una
partecipazione all’essere né qualche altro tipo di relazione. L’oggetto è,
ecco l’unica maniera di definire il suo modo di essere; infatti l’oggetto non
occulta l’essere, ma neppure lo svela. Non lo occulta, perché sarebbe vano
il tentativo di rimuovere certe qualità dell’esistente per scoprire dietro di
esse l’essere; l’essere è l’essere egualmente di tutte. Non lo svela, perché
sarebbe vano interrogare l’oggetto per apprenderne l’essere. L’esistente è
fenomeno, cioè indica se stesso come un insieme organico di qualità: se
stesso e non il suo essere. L’essere è solo la condizione di ogni rivelazione;
essere-per-svelare e non essere svelato. Che cosa significa dunque il
superamento verso l’ontologico di Heidegger? Certamente posso
oltrepassare questo tavolo o questa sedia verso il loro essere e porre la
questione dell’essere-tavolo o dell’essere-sedia. Ma, nello stesso momento,
stacco lo sguardo dal tavolo-fenomeno, per fissare l’essere-fenomeno, che
non è più la condizione di ogni rivelazione, ma che è esso stesso un
rivelato, un’apparizione e, come tale, ha bisogno a sua volta di un essere,
sulla base del quale rivelarsi.
Se l’essere dei fenomeni non si risolve in un fenomeno d’essere e tuttavia
non possiamo dire nulla sull’essere senza consultare il fenomeno d’essere,
bisogna innanzi tutto stabilire il rapporto che unisce il fenomeno d’essere
all’essere del fenomeno. Lo potremo fare più agevolmente considerando
che i rilievi precedenti sono stati ispirati direttamente dall’intuizione
rivelatrice del fenomeno d’essere. Considerando l’essere non come
condizione della rivelazione, ma come apparizione che può essere fissata
in concetti, abbiamo anzitutto compreso che la conoscenza non può da sola
rendere ragione dell’essere, cioè l’essere del fenomeno non può ridursi al
fenomeno d’essere. In una parola il fenomeno d’essere è “ontologico”, nel
senso in cui si chiama ontologica la prova di S. Anselmo e di Cartesio. È
un appello d’essere; proprio come fenomeno, esige un fondamento
transfenomenico. Il fenomeno d’essere esige la transfenomenicità
dell’essere. Il che non vuol dire che l’essere sia nascosto dietro i fenomeni
“abbiamo già visto che il fenomeno non può mascherare l’essere” né che il
fenomeno sia un’apparenza che rinvia ad un essere distinto proprio in
quanto apparenza il fenomeno è, cioè si rivela sul fondamento dell’essere.
Le considerazioni precedenti implicano soltanto che l’essere del fenomeno,
quantunque coestensivo al fenomeno stesso, deve sfuggire alla condizione
fenomenica – il fenomeno esiste solo in quanto si rivela – e che, per
conseguenza, eccede e fonda la conoscenza che se ne ha.” J. P. Sartre, L’essere e il nulla

Proviamo a cercare dei punti di contatto fra i tre studiosi.

JEAN PAUL SARTRE E C. G JUNG

1. Fenomeno e Archetipo: Sartre si concentra sul fenomeno dell’essere, ponendo domande sulla natura e sulla rivelazione dell’essere. Jung, d’altra parte, introduce il concetto di archetipi come elementi psichici universali, profondi modelli di pensiero e comportamento umano che si manifestano in diverse culture e tempi. Entrambi si occupano di come certi elementi fondamentali della realtà o dell’esperienza umana si manifestano e vengono percepiti.

2. Essere e Inconscio Collettivo: Sartre esplora l’essere come qualcosa che trascende le qualità fenomeniche individuali. Jung, nel suo concetto di inconscio collettivo, parla di strutture mentali condivise che trascendono l’individuo. In entrambi i casi, si riconosce un livello di realtà o di esperienza che va oltre l’immediato e il personale.

3. Oltrepassare l’Esistente: Sartre discute il superamento dell’esistente verso il fenomeno dell’essere, mentre Jung parla del processo di individuazione, in cui un individuo si sforza di integrare e comprendere gli aspetti inconsci della propria psiche. Entrambi affrontano il processo di andare oltre la superficie della realtà o dell’esperienza immediata per accedere a una comprensione più profonda.

4. Conoscenza e Comprensione: Sartre suggerisce che la conoscenza non può da sola rendere ragione dell’essere, alludendo a un fondamento che trascende il fenomenico. Questo è simile all’approccio di Jung agli archetipi, che vanno al di là della conoscenza conscia e si rivelano attraverso simboli e miti in varie culture.

5. Esigenza di un Fondamento Transfenomenico: Il fenomeno d’essere di Sartre esige un fondamento transfenomenico. Questo concetto può essere paragonato alla visione di Jung sugli archetipi come elementi fondamentali e universali dell’inconscio collettivo che fondano le esperienze e le espressioni culturali umane.

JEAN PAUL SARTRE E JAMES HILLMAN 

  1. Sartre: Essere e Fenomeno – Sartre, in “L’essere e il nulla”, esplora il concetto di essenza e esistenza, ponendo l’accento sulla natura fenomenica dell’essere. Secondo Sartre, l’essere non è qualcosa di statico ma si manifesta attraverso i fenomeni, e l’esistenza umana è caratterizzata dalla libertà e dalla responsabilità.
  2. Hillman: Divinità e Manifestazioni Umane – Hillman suggerisce che dietro ogni manifestazione umana ci siano delle divinità o archetipi che ne forniscono il senso. Quindi ci si ricollega al discorso precedente fatto con C. G. Jung. Questo concetto implica che gli aspetti profondi della psiche umana siano influenzati da forze e modelli universali.
  3. Manifestazione e Senso – Mentre Sartre si concentra sulla libertà dell’individuo nell’interpretare e dare senso al mondo, Hillman pone l’enfasi sul modo in cui le divinità o archetipi intrinseci forniscono un contesto e un senso alle nostre azioni e esperienze. In un certo senso, entrambi affrontano il tema di come il senso si manifesti nell’esperienza umana, sebbene da prospettive diverse. Il Senso per Jung e per Hillman è fornito dalla sincronicità, per Sartre dall’azione del vivere quotidiano, dalla storia del soggetto che diventa il sul presente e passato.
  4. Libertà e Determinazione – Un punto interessante di confronto è il modo in cui Sartre e Hillman vedono la libertà e la determinazione. Sartre enfatizza la libertà esistenziale e la responsabilità personale, mentre Hillman suggerisce che siamo in parte guidati da forze psichiche archetipiche che possono sembrare predestinate o determinate, ma restano pur sempre formali, così come ogni manifestazione di essere è diversa dall’altra.
  5. Interpretazione del Mondo – Sia Sartre che Hillman esplorano come interpretiamo il mondo. Per Sartre, questa interpretazione è radicata nella libertà individuale e nel significato personale attribuito alle esperienze. Per Hillman, il significato è fornito in parte dalle divinità o archetipi che si manifestano nella nostra psiche, sempre attraverso il senso che noi diamo agli accadimenti, dunque sono molto vicini, concettualmente.