Introduzione: la sensazione di un mondo disincantato
Viviamo in una società spesso descritta come “disincantata”. Questo termine, reso celebre dal sociologo tedesco Max Weber, si riferisce al processo per cui il progresso scientifico e la razionalizzazione dell’esistenza hanno progressivamente eliminato i riferimenti al magico, al soprannaturale e al sacro, riducendo tutto a ciò che è calcolabile e prevedibile. Nel suo saggio La scienza come professione (1917), Weber sottolineava come “il disincanto del mondo procede con l’avvento della scienza e della tecnica moderne” (Weber, 1917/2004). Se da un lato questa razionalizzazione ha permesso conquiste straordinarie in termini di conoscenza e benessere materiale, dall’altro ha generato un senso diffuso di vuoto, di mancanza di meraviglia, come se l’esistenza fosse ridotta a un meccanismo ben definito e privo di mistero.
Eppure, dentro di noi resta il desiderio di stupirci, di immergerci in dimensioni inaspettate, di riconoscere che l’ordinario è in realtà straordinario. “Ci sono due modi di vivere la propria vita: uno è come se niente fosse un miracolo, l’altro è come se tutto fosse un miracolo.” Questa frase è da tempo attribuita ad Albert Einstein, sebbene la sua paternità sia stata oggetto di dibattito. Non c’è un documento accademico che la riporti in forma scritta per mano di Einstein, eppure si ritiene comunemente che sia stata pronunciata dallo scienziato in forma colloquiale nel corso della sua vita (cfr. The Ultimate Quotable Einstein, a cura di A. Calaprice, Princeton University Press, 2011, pp. 314-315, che discute l’incertezza attorno a questa attribuzione). La sostanza, tuttavia, non cambia: il nostro approccio al mondo può renderlo magico o spento.
Da qui sorge l’urgenza di un “reincanto”: riaccendere la scintilla di meraviglia che alberga in ogni essere umano. In questo articolo esploreremo le ragioni di questa necessità, le sue possibili forme e alcuni percorsi concreti per ritrovare la magia che scorre nelle vene della quotidianità.
Il disincanto moderno e le sue radici storiche
Il processo di disincanto ha radici lontane. Con l’avvento del pensiero scientifico moderno, a partire da Galileo Galilei e Cartesio, la natura è stata “spiegata” in termini meccanicistici. Gli eventi del cosmo non erano più governati da spiriti o entità invisibili, bensì da leggi matematiche, verificabili sperimentalmente. Nel Seicento, la meraviglia – che un tempo era inseparabile dalla filosofia e dall’osservazione del mondo – lasciava progressivamente spazio a un’analisi rigorosa della realtà, utile a controllarla e a dominarla.
Il grande merito dell’illuminismo e della scienza moderna è stato quello di spezzare le catene della superstizione e di favorire l’emancipazione razionale. Tuttavia, con il tempo, l’eccessiva fiducia nella ragione e nei modelli scientifici rischiò di offuscare quell’atteggiamento di stupore che ci lega a una dimensione più profonda. Oggi, di fronte a un cosmo che sembra interamente decodificabile, alcuni di noi si sentono sperduti, come se tutto fosse già stato compreso e non vi fosse più spazio per il mistero.
La nostalgia della meraviglia
La nostalgia di un mondo incantato non è un semplice capriccio romantico, ma risponde a un bisogno antropologico fondamentale. Sin dai tempi più antichi, gli esseri umani si sono raccontati storie che popolavano il mondo di dèi, spiriti, creature favolose. Le fiabe e i miti erano modi per dare forma all’inesplicabile, per canalizzare paure e speranze, per integrare l’invisibile nella quotidianità.
Il teologo Rudolf Otto, nel suo celebre saggio Il sacro (1917), definisce la dimensione del “numinoso” come un misto di tremore e fascinazione di fronte all’ignoto. Il numinoso non è qualcosa di necessariamente legato a una religione istituzionale: è la percezione, quasi fisica, di trovarsi di fronte a un enigma più grande di noi. Quell’attrazione per l’inesplicabile sopravvive anche nell’epoca della tecnologia e della scienza, e si manifesta in forme nuove: nel fascino per l’ignoto che troviamo nello spazio, negli abissi marini, o negli interrogativi irrisolti della fisica quantistica.
L’importanza di “riscoprire la fiaba”
“La fiaba non insegna ai bambini che i draghi esistono. I bambini lo sanno già. La fiaba insegna ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.” Questa frase, spesso attribuita a G.K. Chesterton in forma parafrasata, appare in modo simile in Tremendous Trifles (1909), nell’episodio “The Red Angel”. Il testo originale in inglese recita: “Fairy tales do not give the child his first idea of bogey. The baby has known the dragon intimately ever since he had an imagination. What the fairy tale provides for him is a St. George to kill the dragon.” (Chesterton, 1909/2013). La traduzione italiana comune trasmette un messaggio simile.
Cosa ci dice questa riflessione di Chesterton? Che il potere della narrazione fantastica non sta nel fabbricare mostri inesistenti, bensì nell’offrire la speranza che quei mostri interiori (paure, ansie, insicurezze) possano trovare una via di sconfitta o di trasformazione. Attraverso il simbolo, la fiaba ci ricorda che esiste sempre una possibilità di riscatto, di rovesciare i rapporti di forza. Il mondo torna così a parlare un linguaggio di meraviglia, capace di illuminare anche gli angoli bui dell’esperienza.
Dove cercare la magia: piccole epifanie quotidiane
Reincantare il mondo non implica credere letteralmente nel sovrannaturale o negare i progressi del pensiero critico. Al contrario, significa aprirsi a una percezione poetica dell’esistenza, in cui i dettagli più minuti si rivelano carichi di potenziale simbolico. Basta fermarsi a guardare un tramonto, ad ascoltare il suono del vento tra gli alberi, a osservare la complessità di una ragnatela illuminata dalla rugiada.
Il filosofo Gaston Bachelard, ne La poetica dello spazio (1957), insisteva sulla funzione immaginativa dell’ambiente domestico, e di come anche un semplice angolo della casa possa diventare “nido di sogni”. Allo stesso modo, una passeggiata in un bosco o in un parco urbano può trasformarsi in un viaggio magico, se ci si concede la libertà di meravigliarsi della vita brulicante che ci circonda. Il “reincanto” può iniziare dalle cose più semplici: il sorriso di uno sconosciuto, una coincidenza che pare troppo perfetta per essere casuale, l’intuizione che esista una rete invisibile di relazioni.
Il ruolo dell’arte e della letteratura
Arte e letteratura da sempre giocano un ruolo fondamentale nel restituire al mondo la sua aura di mistero. Poesia, pittura, cinema, musica: tutti questi linguaggi spezzano la routine del quotidiano e ci aprono scenari inusitati, dove l’impossibile diventa reale per il tempo della fruizione estetica.
Pensiamo a un quadro di Marc Chagall, con i suoi personaggi che volano in cieli colorati. Oppure a un romanzo come Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, che invita il lettore a scoprire la forza dei miti e il coraggio di affrontare l’oscurità. In On Fairy-Stories (1939), Tolkien sostiene che l’immaginazione fantastica non è una fuga dalla realtà, bensì un modo per vederla in prospettiva, acquisendo uno sguardo più acuto su ciò che ci circonda. Egli scrive: “Perché un racconto sia una fiaba, deve contenere l’elemento ‘Faërie’, la magia del regno incantato” (Tolkien, 1939/2008). Sebbene le parole cambino a seconda delle traduzioni, il concetto di fondo è che la dimensione fiabesca sia necessaria per riaccendere la meraviglia.
La dimensione spirituale: non solo religione
Reincantare il mondo può avere anche una valenza spirituale, ma ciò non significa necessariamente aderire a un credo religioso specifico. La spiritualità può assumere forme laiche e personali, come la meditazione, la contemplazione della natura o la ricerca interiore. Ciò che conta è riconoscere che esiste un valore immateriale che ci richiama alla profondità dell’essere.
Il monaco benedettino Anselm Grün osserva: “Trovare Dio vuol dire trovarsi di fronte al mistero” (Grün, La forza della preghiera, 2004). Eppure, a prescindere dalla prospettiva teologica, possiamo leggere queste parole come un invito ad ammettere l’esistenza di un ignoto che ci supera e che rende l’esistenza molto più ampia di quanto ci raccontino i soli dati empirici.
Educare alla meraviglia: nuove prospettive pedagogiche
L’educazione può contribuire al disincanto o, al contrario, diventare un potente strumento di riaccensione del senso del meraviglioso. In molte scuole, purtroppo, si dà più importanza alla trasmissione di nozioni che allo stupore conoscitivo. Gli insegnanti spesso faticano a conciliare l’obbligo di coprire un programma vasto con la necessità di far “respirare” la curiosità degli studenti.
Eppure, esistono esperienze didattiche innovative che mettono al centro l’immaginazione e il fascino della scoperta. Nel metodo Montessori, per esempio, la meraviglia è un motore fondamentale dell’apprendimento: il bambino è incoraggiato a esplorare gli oggetti e i fenomeni naturali in modo autonomo, sviluppando un’attenzione speciale per i dettagli e un senso di responsabilità verso l’ambiente.
Reincantare il mondo, in ambito educativo, significa permettere ai giovani di osservare un seme che germoglia, di studiare i pianeti come mondi affascinanti, di leggere testi poetici come finestre su altri orizzonti, di valorizzare l’arte in tutte le sue forme. In questo modo, la conoscenza diventa un’avventura, non una catena di nozioni da memorizzare.
Scienza e meraviglia: un connubio possibile
Non bisogna pensare che la scienza sia la “nemica” della magia. Anzi, alcuni dei più grandi scienziati della storia hanno coltivato un profondo senso di stupore di fronte alla complessità dell’universo. Marie Curie, la scopritrice del polonio e del radio, dichiarò: “Nella vita non c’è nulla da temere, solo da capire” (Curie, 1937). Questa frase è riportata nella biografia Madame Curie di Eve Curie (1937), la figlia della scienziata, ed è stata più volte confermata come citazione attendibile. Se da un lato enfatizza l’importanza della conoscenza, dall’altro suggerisce che comprendere non distrugge l’ammirazione, bensì la rafforza.
La fisica moderna, con le sue teorie sul multiverso, sui buchi neri e sulle particelle subatomiche, apre scenari che sembrano degni di un romanzo fantascientifico. È come se più la scienza avanza e più il mistero aumentasse anziché diminuire, costringendoci a rivedere i nostri concetti di spazio, tempo e materia. Stephen Hawking, nel suo Dal Big Bang ai buchi neri (1988), esprimeva la speranza di trovare “una teoria completa che permetterà di leggere la mente di Dio.” Sebbene il riferimento a Dio sia simbolico, testimonia l’idea che la scienza possa avvicinarci a quella dimensione misteriosa che da sempre ci affascina.
Il potere della contemplazione nella vita frenetica
Nell’epoca degli smartphone e dell’iperconnessione, sembra diventato ancora più difficile prestare attenzione al momento presente. Siamo costantemente distratti da notifiche, social network, stimoli digitali che frammentano la nostra concentrazione. Eppure, per reincantare il mondo, dobbiamo imparare a rallentare, a contemplare.
Il filosofo Byung-Chul Han, nel suo libro La società della stanchezza (2010), parla dell’urgenza di sfuggire all’iperattività e al sovraccarico di informazioni per ritrovare un’autentica dimensione dell’essere. Il recupero della lentezza e della contemplazione diventa, in questo contesto, un atto di “ribellione” contro la cultura della performance e della produttività a ogni costo. Solo quando spegniamo il rumore di fondo, possiamo ascoltare la voce del mondo che ci chiama a stupirci.
Ritrovare la magia nelle relazioni umane
Reincantare il mondo non significa solo guardare gli alberi con occhi nuovi o riscoprire la bellezza di un tramonto. Significa anche riscoprire la “magia” che c’è nell’incontro con l’altro. Ogni persona che incrociamo è portatrice di un universo interiore, di storie, desideri, timori. Eppure, spesso ci limitiamo a rapporti superficiali, alle convenzioni sociali, senza mai intuire la profondità che si cela dietro uno sguardo.
Lo scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry, ne Il Piccolo Principe (1943), ci ricorda: “L’essenziale è invisibile agli occhi.” Sebbene questa frase sia sicuramente presente nel testo (capitolo XXI dell’edizione Gallimard), sta a significare che la vera ricchezza dell’esistenza – l’amicizia, l’amore, la comprensione reciproca – non si vede a occhio nudo, ma va colta con il cuore. Reincantare il mondo, dunque, significa anche reimparare ad amare, a soffermarsi davvero sull’altro, a condividere silenzi e parole che nutrono l’anima.
L’approccio di C.G. Jung: l’immaginazione come ponte verso il sacro
Carl Gustav Jung (1875-1961), psichiatra svizzero e fondatore della psicologia analitica, ha dedicato gran parte dei suoi studi alla dimensione simbolica dell’esistenza. Nelle sue ricerche sul mito, sui sogni e sugli archetipi, egli ha posto in luce quanto il “mondo interiore” sia ancora popolato da immagini, figure e forze che la razionalità moderna non è in grado di esaurire.
Nel suo saggio L’uomo e i suoi simboli (1964), curato insieme ad alcuni dei suoi allievi, Jung afferma che “i sogni e i simboli sono linguaggi dell’inconscio” (cfr. Jung et al., 1964, trad. it. Mondadori, pp. 17-19). Questo linguaggio non è affatto un residuo arcaico da eliminare, bensì un potente strumento che ci collega a una realtà più ampia, fatta di immagini e significati. Proprio perché i simboli toccano gli strati profondi della psiche, essi hanno la capacità di “reincantare” la nostra visione del mondo, restituendo un senso di mistero e meraviglia.
Uno degli snodi centrali del pensiero junghiano è la nozione di inconscio collettivo, quel patrimonio di esperienze psichiche condivise da tutta l’umanità e organizzato intorno agli archetipi. Gli archetipi – come la Grande Madre, il Vecchio Saggio, l’Eroe, l’Ombra – non sono entità fisiche, ma strutture psicologiche universali che, manifestandosi in miti e fiabe, fanno da ponte tra l’individuo e l’infinita ricchezza dell’immaginario umano.
Per Jung, la scienza moderna, pur avendo fatto notevoli progressi, tende a trascurare questo patrimonio simbolico, finendo così per impoverire l’esperienza umana. Nel suo testo La sincronicità come principio di nessi acausali (1952), Jung introduce il concetto di “sincronicità” per descrivere quelle coincidenze “significative” che sfuggono a una spiegazione puramente causale. Tali esperienze, che spesso definiamo “coincidenze incredibili”, fanno intravedere l’esistenza di un legame più profondo tra psiche e mondo esterno. Scrive Jung: “La sincronicità non è affatto un semplice fenomeno individuale, ma un principio di connessione acausale che emerge a gettare ponti tra gli eventi psichici e quelli fisici” (cfr. Jung, 1952/1976, Bollati Boringhieri, pp. 19-22).
Da questa prospettiva, reincantare il mondo significa ricominciare a leggere nella realtà quei segni e quei simboli che l’uomo, per millenni, ha riconosciuto come tracce di un ordine più ampio. La mente non è separata dal cosmo, ma vi partecipa attivamente, co-creando significato. Nel momento in cui apriamo gli occhi sull’inconscio collettivo, scopriamo che il mondo “parla” un linguaggio che può sembrare magico, ma che in realtà è profondamente connaturato alla nostra psiche.
(14) James Hillman e l’Anima Mundi: ridare voce al mondo
James Hillman (1926-2011), psicologo e filosofo statunitense, allievo di Jung per un certo periodo, ha contribuito in maniera decisiva alla cosiddetta “psicologia archetipica”. In opere come Re-Visioning Psychology (1975) e Il codice dell’anima (1996), Hillman ha rilanciato l’idea di un’anima del mondo (Anima Mundi), un concetto già presente nella tradizione platonica e rinascimentale, ma rimodellato in chiave moderna.
Nel suo saggio The Thought of the Heart and the Soul of the World (1981), Hillman afferma: “Noi non viviamo nel mondo, ma nel nostro modo di vederlo; e quando il nostro modo di vederlo cambia, il mondo stesso cambia” (cfr. Hillman, 1981/2007, Spring Publications, p. 3). Tale affermazione non va interpretata come un semplice relativismo, bensì come l’invito a riconoscere che la percezione umana è ricca di tonalità emotive, immaginative e simboliche. Quando rimuoviamo questa valenza immaginativa, il mondo diventa silenzioso, privo di profondità e di “anima”.
L’Anima Mundi, secondo Hillman, non è un’entità soprannaturale o una divinità personificata, bensì la dimensione vivente di interrelazione e simbolicità che permea ogni cosa. Il filosofo e psicologo statunitense ci spinge a recuperare la capacità di “dialogare” con ciò che ci circonda, come avveniva nelle antiche culture, dove fiumi, boschi e montagne erano visti come dotati di vita psichica. Non si tratta di tornare a un paganesimo ingenuo, ma di riconoscere che esiste un rapporto di reciprocità tra la nostra immaginazione e la realtà fenomenica, un dialogo che dà spessore e senso al nostro essere nel mondo.
Nella visione di Hillman, l’arte, la poesia e la ritualità sono vie privilegiate per riaffermare l’Anima Mundi. Quando contempliamo un’opera d’arte, non ci stiamo limitando a un esercizio estetico: stiamo evocando immagini profonde che ci collegano a un tessuto comune. Scrive Hillman in Re-Visioning Psychology (1975): “L’arte può mostrare come gli dèi, i demoni e gli angeli non sono ‘là fuori’, ma si manifestano attraverso le immagini che popolano la nostra psiche, e al tempo stesso animano il mondo” (cfr. Hillman, 1975, Harper & Row, p. 49; la traduzione qui è riadattata).
In questa prospettiva, reincantare il mondo diventa un atto di cura per la “psiche del mondo” e non solo per la nostra interiorità. Attraverso l’ascolto delle immagini e dei simboli, attraverso l’attenzione verso la natura e le sue storie, riscopriamo quella continuità fra interno ed esterno che la società moderna – con la sua spinta al materialismo e all’individualismo – tende a frantumare.
Convergenze: Jung, Hillman e la riscoperta del sacro nel quotidiano
Sia in Jung sia in Hillman ritroviamo dunque un filo conduttore: l’immaginazione come forza capace di restituire profondità all’esperienza. Se Jung sottolinea maggiormente la dimensione individuale (pur collegandola all’inconscio collettivo) e la trascendenza dei simboli, Hillman sposta l’accento sulla dimensione del “mondo” e dell’Anima Mundi, invitando a considerare la realtà esterna come intrinsecamente dotata di anima.
In entrambi, però, è evidente la ricerca di un reincanto che non implichi il rifiuto della scienza o la regressione a forme di superstizione. L’interesse comune è mostrare che la psiche umana non è soltanto una funzione biologica, ma un “organo” di relazione e di significato che tocca la profondità dell’essere.
- Jung: riscoprire il valore dei simboli, dei miti, delle sincronicità, come porte d’accesso a una realtà più ampia di quella misurabile.
- Hillman: ridare voce all’Anima Mundi, recuperare la tensione poetica e simbolica che ci lega all’ambiente, alle opere d’arte, alle storie collettive.
Ritessere il legame tra psiche e mondo: verso un nuovo incanto
Alla luce di queste prospettive, il tentativo di “reincantare il mondo” acquista un senso ancora più profondo. Non si tratta soltanto di una rivendicazione culturale o estetica, ma di un gesto psicologico e spirituale fondamentale: ritessere i fili che uniscono la dimensione interna e quella esterna, riconoscendo che la realtà è molto più complessa, viva e misteriosa di quanto una visione riduzionista possa lasciare intendere.
- Coltivare l’immaginazione attiva: Jung proponeva la tecnica dell’“immaginazione attiva” (descritta in varie opere, tra cui Scritti su Psicologia Analitica, Bollati Boringhieri), come esercizio per dialogare con le immagini interiori e, attraverso di esse, scoprire dimensioni più profonde della psiche. Questo stesso dialogo può essere esteso al mondo: quando osserviamo un paesaggio, un’opera artistica o una situazione della vita quotidiana, possiamo chiederci quali immagini archetipiche si stiano attivando in noi e come ci parlino.
- Riconoscere l’anima delle cose: Hillman suggerisce di prestare ascolto agli oggetti, ai luoghi, alle storie che li avvolgono. Il mondo non è un insieme di materiali inerti, ma un tessuto di relazioni potenziali. Sviluppare uno sguardo empatico e poetico verso ciò che ci circonda ci aiuta a scoprire significati insospettati, e a ricreare una relazione intima con la realtà.
- Integrare scienza e simbolo: come abbiamo visto, la scienza stessa apre orizzonti di mistero, specialmente nei campi della fisica quantistica, dell’astrofisica e delle neuroscienze. L’approccio junghiano e hillmaniano ci ricorda che alle scoperte scientifiche si può affiancare un linguaggio simbolico e metaforico, capace di arricchire la comprensione dell’universo.
- Praticare la “sacralità” del quotidiano: Jung e Hillman, ciascuno a suo modo, ci invitano a superare la divisione tra sacro e profano. Il sacro, infatti, non è confinato ai luoghi di culto o ai testi religiosi, ma si manifesta in ogni relazione significativa. Un istante di stupore, una coincidenza sorprendente, un incontro “provvidenziale”: tutto ciò può essere vissuto come un “numinoso” (per usare il termine di Rudolf Otto) che irrompe nell’ordinario.
Alla luce del pensiero di C.G. Jung e James Hillman, il progetto di reincantare il mondo non appare come un anacronismo o un pio desiderio. Al contrario, si tratta di un compito urgente per la nostra epoca, che sembra sempre più dominata da un disincanto sterile. Se da un lato la razionalità tecnico-scientifica ci ha dato conquiste straordinarie, dall’altro ha spesso trascurato – o persino ridicolizzato – quella dimensione simbolica che è il cuore pulsante dell’esperienza umana.
Jung ci offre gli strumenti per comprendere come il mondo interiore (sogni, simboli, archetipi) non sia separato dal mondo esterno, ma interagisca con esso in modi spesso sorprendenti, come testimoniano le sincronicità. Hillman, a sua volta, ci esorta a riconoscere la presenza dell’Anima Mundi, quella “sostanza psichica” che palpita nelle cose, nei luoghi, nelle storie collettive e individuali. Entrambi, dunque, invitano a un cambiamento di paradigma: non siamo isole separate, ma parti di un grande racconto cosmico in cui ogni evento, ogni immagine, ogni relazione può offrire una “porta” verso il mistero.
Così, i suggerimenti pratici per “reincantare il mondo” si arricchiscono di sfumature psicologiche:
- Ascoltare i sogni: tenere un diario onirico per cogliere le immagini che emergono nell’inconscio, e riflettere su come possano arricchire la nostra prospettiva diurna.
- Osservare le sincronicità: annotare le “coincidenze significative” per percepire i collegamenti sottili tra il nostro mondo interiore e gli eventi esterni.
- Riscoprire i miti personali: ognuno di noi vive storie simboliche in cui emergono figure archetipiche. Individuare queste storie ci consente di sentirci partecipi di un dramma cosmico e non semplici ingranaggi di un meccanismo sociale.
- Coltivare il dialogo con la natura: percepire i luoghi, gli animali, gli elementi come portatori di un linguaggio segreto (l’Anima Mundi), che può manifestarsi in un tramonto, nel canto di un uccello, nel silenzio di una foresta.
Riferimenti bibliografici e sitografici
- Bachelard, G. (1957). La poétique de l’espace. Presses Universitaires de France.
- Byung-Chul Han. (2010). Müdigkeitsgesellschaft (trad. it. La società della stanchezza, 2012). Nottetempo.
- Calaprice, A. (a cura di). (2011). The Ultimate Quotable Einstein. Princeton University Press. [Contiene discussioni sull’attribuzione delle frasi di Einstein].
- Chesterton, G.K. (1909/2013). Tremendous Trifles. CreateSpace Independent Publishing Platform. [Cap. “The Red Angel”].
- Curie, E. (1937). Madame Curie: A Biography. Garden City Publishing. [Riporta la citazione di Marie Curie “Nella vita non c’è nulla da temere, solo da capire”].
- Einstein, A. [attribuita]. “Ci sono due modi di vivere la propria vita…”. L’attribuzione rimane incerta, ma è discussa in Calaprice, 2011.
- Grün, A. (2004). La forza della preghiera. Edizioni San Paolo.
- Otto, R. (1917). Das Heilige. Breslau. (Trad. it. Il sacro, 1955, Morcelliana).
- Saint-Exupéry, A. (1943). Le Petit Prince. Gallimard. [Cap. XXI: “L’essenziale è invisibile agli occhi.”].
- Tolkien, J.R.R. (1939/2008). On Fairy-Stories. In Tree and Leaf. HarperCollins.
- Weber, M. (1917/2004). Wissenschaft als Beruf, in Il lavoro intellettuale come professione. Einaudi.
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- Hillman, J. (1996). The Soul’s Code: In Search of Character and Calling. Random House.
- Jung, C.G. et al. (1964). Man and His Symbols (trad. it. L’uomo e i suoi simboli). Doubleday & Company / Mondadori.
- Jung, C.G. (1952/1976). La sincronicità come principio di nessi acausali (in trad. it.). Bollati Boringhieri.
- Jung, C.G. (1954-1957). Scritti su Psicologia Analitica (raccolte in diverse edizioni). Bollati Boringhieri.




















