“Nel quadro moderno delle scienze esatte, e in particolare nell’ambito del positivismo dell’Ottocento, l’astrologia fu attaccata in nome della legge matematica che presiede al movimento degli astri, ma la radice antica delle corrispondenze astrologiche, lungi dall’estinguersi, si è diffusa a livello  di senso comune e con un particolare rilievo psicologico nella psicologia analitica di Cari Gustav Jung, che assume l’astrologia come uno schermo proiettivo in cui, a livello individuale e a livello collettivo, si rende conscia la motivazione inconscia dell’interpretazione di sé. L’astrologia diventa a questo punto una simbolica utilizzabile, come la mitologia, per esteriorizzare nello scenario delle stelle, come un tempo nello scenario degli dèi, la propria interiorità.”[1]

La psicologia teme l’astrologia, la rifiuta, la deride? Perché?

Partendo dal presupposto che tutti gli approcci terapeutici funzionano, freudiano, junghiano, lacaniano, cognitivista e così vi dicendo, allora cosa fa la differenza nel processo di “guarigione”?

Guardiamo alle ricerche specifiche. Nel 1975[2] lo studio di Luborsky, Singer ha confrontato un numero di psicoterapie e ha scoperto che nessuna orientazione teorica organizzata funzionava meglio di un’altra. Questo risultato è stato chiamato il “verdetto del dodo”: “Tutti hanno vinto e tutti devono avere premi”. Questo significa che, secondo questo studio, tutte le diverse forme di psicoterapia sembravano avere un’efficacia comparabile. Dunque ecco la prima evidenza, ma andiamo avanti.

Il concetto che tutte le terapie psicologiche siano ugualmente efficaci è noto come il “Dodo bird verdict“. Questo concetto è supportato da una serie di ricerche, tra cui metanalisi, che hanno confrontato l’efficacia di diverse terapie psicologiche. Uno dei principali sostenitori di questo punto di vista è Bruce E. Wampold. Nel suo libro “The Great Psychotherapy Debate: The Evidence for What Makes Psychotherapy Work”, Wampold e il suo coautore, Zac E. Imel, sostengono che la maggior parte delle terapie sono ugualmente efficaci e che fattori come la relazione terapeutica e il placebo sono più importanti del tipo specifico di terapia.

In questo lavoro si esaminano due modelli principali che cercano di spiegare perché e quando la psicoterapia funziona. Questi due modelli sono il Modello Medico, che si basa su una comprensione scientificamente fondata del disturbo e delle azioni terapeutiche specifiche, e il Modello Contestuale, che sostiene che la relazione terapeutica è fondamentale per l’efficacia della psicoterapia.

Il libro analizza attentamente le ricerche, recensendo meta-analisi di un gran numero di studi. Il risultato principale è che, se si controllano variabili confondenti (come l’adesione a un approccio terapeutico o la credibilità del gruppo di confronto), la psicoterapia risulta più efficace rispetto all’assenza di trattamento, ma non si trova che differenti approcci alla psicoterapia siano generalmente più efficaci l’uno rispetto all’altro. Gli autori concludono affermando che il Modello Contestuale spiega il cambiamento derivante dalla psicoterapia, mentre le previsioni del Modello Medico non sono supportate. In altre parole, gli elementi come l’empatia, l’alleanza cliente/terapeuta, il rispetto positivo, il terapeuta stesso e le aspettative hanno ciascuno un effetto maggiore rispetto a quello delle basi teoriche e delle tecniche della terapia.

Tuttavia, gli autori sottolineano l’importanza di un equilibrio nella formazione dei terapeuti. Ignorare le competenze relazionali a favore dei trattamenti, o viceversa, non è consigliabile. I programmi di formazione ottimali dovrebbero combinare la formazione sui trattamenti e sulle competenze relazionali.

Altri ricercatori contestano il verdetto del Dodo bird. Alcuni studi hanno trovato che certe terapie possono essere più efficaci di altre per specifici disturbi[3]. In ogni caso, l’idea che tutte le terapie psicologiche siano ugualmente efficaci è una semplificazione. L’efficacia di una terapia può dipendere da una serie di fattori, tra cui il disturbo specifico, il terapeuta e il rapporto tra il terapeuta e il paziente, ma comunque il tratto comune resta ovvero che tutte funzionano, ma con percentuali diverse di riuscita a seconda di queste ultime variabili, fra cui anche quelle non citata della durata della terapia e dei follow-up successivi per evidenziare se lo stato di “guarigione” persistesse.

Alla luce di queste considerazioni si può affermare a maggiore ragione quanto ha scritto Galimberti ovvero che l’astrologia si può utilizzare come “schermo proiettivo in cui, a livello individuale e a livello collettivo, si rende conscia la motivazione inconscia dell’interpretazione di sé. L’astrologia diventa a questo punto una simbolica utilizzabile, come la mitologia, per esteriorizzare nello scenario delle stelle, come un tempo nello scenario degli dèi, la propria interiorità.”

Il perché alcune scuole psicologiche rifiutino l’astrologia come uno degli strumenti descritti resterà per sempre avvolto nel mistero 😊

[1] U. Galimberti, Nuovo dizionario di Psicologia, Psichiatria, Psicoanalisi e Neuroscienze, Feltrinelli, Milano, pag. 139

[2][2] https://www.coursehero.com/tutors-problems/Social-Psychology/12752669-Luborsky-Singer-and-Luborsky-1975-compared-a-number-of-psychothera/

[3] https://www.stateofmind.it/2020/06/depressione-mct-cbt/