Giorgio Ieranò spiega come dietro l’etimo greco originario della parola epidemìa non vi siano nulla che riconduca al concetto di “malattia che affligge tutto il popolo” così come viene utilizzata oggi. Quando Apollo, nell’Iliade, scatena la malattia, le pestilenze, nel campo dei greci, le parole che utilizza Omero sono nosos (malattia, da cui nosocomio) e loimòs. Cfr. Le Parole della nostra Storia, Marsilio

A proposito dell’etimo di quest’ultima leggiamo che:

“L’etimo della parola è incerto. Gli antichi lo abbinavano a limòs (λιμός), ‘carestia’ (Erodoto, Opere e giorni, v. 243, Tucidide, II, 54), ma forse è più corretto postulare un collegamento con loigòs (λοιγός), ‘rovina’, ‘strage’, come fanno i dizionari etimologici moderni (Frisk, Chantraine, Beekes).” Fonte IISF

La carestia, carenza di cibo, di alimenti è in relazione con Demetra nel momento in cui è alla ricerca di sua figlia Kore, rapita da Ade, a tal proposito scrivevo una riflessione sul coronavirus visto come il virus di Kore, e la corona di fiori persa dalla fanciulla dopo essere stata rapita da Ade. Certo è che la pestilenza produca rovina, mi viene in mente l’arcano dei Tarocchi, la Torre, che è associabile al pianeta Marte la distruzione, ma le fiamme che colpiscono il tetto provengono da Apollo, dal Sole, in alcune rappresentazioni.

L'epidemia - perchè ci confina?

Quando Omero utilizza l’aggettivo epidemios nell’Iliade si riferisce a un luogo determinato e circoscritto, nelle opere anche di Tucidide sembra indicare qualcuno di indigeno che abita la propria terra “epi” (sta sopra) e “demos” (terra). L’epidemia ci confina, ci fa restare presso la nostra terra, ci radica a quelli che sono i valori del Toro (confine, valori personali importanti), del Cancro (famiglia, casa).

Tucidide descrive la peste di Atene del 430 a.c. ricordando che non si svolgevano più riti funebri, tanto numeroso era il numero dei morti, e avvertiva che il lavoro descrittivo che stava scrivendo era per avvertire i posteri «nel caso si verifichi ancora qualcosa di simile in futuro»

La parola epidemia viene poi utilizzata dagli allievi d’Ippocrate, il primo medico della storia, per indicare le malattie localizzate in uno specifico territorio – ancora le simbologie zodiacali precedenti – , come se fosse l’aria che si respirava, il clima della regione a scatenarle.

La parola epidemia, stando ai riferimenti scritti, assumerà soltanto successivamente nella seconda metà del 1600 il valore che le attribuiamo oggi, come di un morbo contagioso che si espande su tutti i popoli.