di Paolo Quagliarella

Inutile, quando la gente non capisce o non vuole capire c’è poco da fare, allora mi chiedo ci sono: ottusità, ignoranza o solitudine dell’anima che avvolgono in un abbraccio saturnino-plutonico questi soggetti?

Il mondo va avanti, i modelli interpretativi cambiano, persino alcune religioni si “ammodernano” per seguire l’uomo che è l’elemento centrale dell’esistenza. La contaminazione tra culture, metodi, sistemi è una necessità che permette l’adattamento a chi vive in un ambiente, così come per tutte le discipline che nascono dall’uomo e che sono utili per la sua esistenza. Anche le scienze cambiano e si adattano, altri modelli addirittura muoiono o restano inutilizzati.

La medesima cosa vale, secondo me per l’astrologia. Vi propongo, qui di seguito, due capitoli del mio libro: “Astrologia. Perché funziona” dove spiego cosa sia per me il mito e l’utilizzo astrologico. Questo è per me. Ellenismo per me può essere benissimo il nome di una donna esageratamente bella di nome ELLEN. Poi se ci sono persone che continuano a non capire una benemerita m…a di quello che scrivo e intendo il problema è loro e possono restare tranquillamente a crogiolarsi di fonti, a lavarsi la fronte alla fonte, sfrondarsi i capelli.

Mito e Astrologia

Parlare di mito in Astrologia è fondamentale ancora di più quando lo s’inserisce nell’ottica della psicologia junghiana. Sono pienamente d’accordo con Richard Tarnas quando definisce tre sensi interpretativi diversi per ciascun archetipo astrologico (pianeta, segno): “nel senso omerico come divinità primordiale e figura mitica, nel senso platonico come principio cosmico e metafisico e nel senso junghiano come principio psicologico, tutti associati a un pianeta specifico. Ad esempio l’archetipo di Venere può essere affrontato a livello omerico come la figura mitologica greca di Afrodite, la dea della bellezza e dell’amore, la mesopotamica Ishtar, la romana Venus. A livello platonico Venere può essere intepretata in termini di principio metafisico di Eros e del Bello, e a quello junghiano come la tendenza psicologica a percepire, desiderare, creare o altrimenti sperimentare bellezza e amore […] ”.[1] Nei capitoli seguenti propongo due modi di approcciarsi al mito, diversi e complementari, cercando di fornire, attraverso la rilettura di Ernst Cassirer, un fondamento di esistenza all’Astrologia che utilizza il mito.

[1] R. Tarnas, Cosmo e Psiche, Edizioni Mediterranee, Roma, 2012, pagg. 103-104

 

Ernst Cassirer e il linguaggio del mito

“L’Astrologia è uno dei più grandiosi tentativi che mai siano stati osati dallo spirito umano per fornire una rappresentazione simbolica globale del mondo” E. Cassirer

 

Cassirer scrive: Tutte le forme dell’esistenza si presentano inizialmente come avvolte nell’atmosfera del pensiero mitico e della fantasia mitica. Solo per opera di questa esse ricevono forma e colore e acquistano la loro specifica determinatezza. Molto prima che il mondo si presenti alla coscienza come un complesso di “cose” empiriche e di “proprietà” empiriche, le si è presentato come un complesso di potenze e di azioni mitiche.[1]

Noi cogliamo la realtà attraverso i sensi, ma la prima categoria di conoscenza che applichiamo è quella mitico simbolica, secondo Cassirer, e attraverso questa azione inconscia la realtà si determina alla nostra coscienza. L’uomo conosce, nel senso di portare alla propria coscienza, attraverso le forme semantiche del mito. Proviamo a pensare al bambino che vive immerso, nei primi mesi e anni di vita, in un mondo animistico, inteso in senso piagettiano[2], fatto di oggetti che lui più avanti, nell’età evolutiva, coglie come esterni, ma che a suo “vedere” possiedono dei poteri. Il bambino, quando urta contro un oggetto o da qualche parte, istintivamente cerca di picchiarlo per una sorta di difesa/vendetta perché gli riconosce una volontà diversa dalla sua, un’esistenza altra da sé. Il bambino è l’essere che, più di tutti, potrebbe spiegarci in parole semplici quello che Cassirer ha descritto con i termini della Filosofia.

Cassirer ricorda che: “Così anche per Platone il mito nasconde un determinato contenuto concettuale: esso infatti è l’unico linguaggio in cui il mondo del divenire può essere espresso concettualmente. Di ciò che mai è, ma sempre “diviene”, di ciò che non permane mai in un’identica determinatezza, come avviene per le produzioni del pensiero logico e matematico, ma di momento in momento si presenta diverso, non vi può essere altra espressione che l’espressione mitica.”[3]

La realtà – il mondo del divenire – si può spiegare attraverso il linguaggio mitico che permette di coglierne l’essenza e il movimento stesso, fornendo nel caso anche un senso, un fine.

Per quanto nettamente la semplice “verosimiglianza” del mito venga distinta dalla verità della scienza rigorosa, sussiste tuttavia d’altro lato, in virtú di questa distinzione, il piú stretto rapporto metodologico fra il mondo del mito e quel mondo che siamo soliti denominare ‘realtà’ empirica dei fenomeni, realtà della «natura”. Qui pertanto il mito va al di là di ogni significato semplicemente materiale; esso viene qui pensato come una funzione determinata e, nel posto che le spetta, necessaria, della comprensione dell’universo.[4]

Il mito per Cassirer diventa una “funzione determinata”, una categoria di pensiero che permette la “comprensione dell’universo”. E’ importante che venga utilizzata la parola “comprensione” al posto di “conoscenza” perché il linguaggio mitico coglie il senso, ma non offre “conoscenza” scientifica.

Il mito appare ormai un ‘mondo’ chiuso in se stesso che non può essere giudicato con unità di misura e di valore estranee e provenienti dal di fuori, ma deve essere inteso nelle sue leggi immanenti. Ogni tentativo di rendere ‘comprensibile’ questo mondo vedendo in esso qualcosa di semplicemente mediato, considerandolo con l’involucro di qualche altra cosa, viene ora respinto con una vittoriosa e per sempre decisiva argomentazione.”[5]

Cassirer rende il linguaggio mitico, degno come tutti gli altri linguaggi, che permettono l’interpretazione del “mondo reale in divenire” e non come unità empiricamente statica. Il linguaggio mitico, finalmente, è. Ora si può ragionare sul come funzioni questo linguaggio. Non “[…] è il contenuto – del mito (N.d.A) -, la materia della mitologia, ma l’intensità con cui questo contenuto viene vissuto, con cui viene creduto esistente e reale.[6] Il mito, dunque, non è un’invenzione poetica né filosofica e qualora, in qualche modo, si riuscisse a ricondurlo all’idea di una invenzione qualsiasi da parte di altri linguaggi o teorie, resterebbe, comunque, inesplicata, “[…] la dinamica della coscienza mitica, l’incomparabile potenza che essa dimostra sempre di più nella storia dello spirito umano.”[7] L’intensità con cui si vive, si crede a un contenuto mitologico, è ciò che permette ad esso di funzionare.

Il mito segna ciascun popolo e ciascun soggetto appartenente a esso, dunque, qualsiasi altra Arte, Religione, o forma di linguaggio utilizzi il mito nei termini esposti che si muova verso la direzione dell’utilità per l’uomo, sempre che se ne faccia un uso responsabile, è utile.

Non già la storia di un popolo ne determina la mitologia, ma al contrario la mitologia ne determina la storia, o piuttosto non determina, ma è essa stessa il destino di questo popolo, la sorte che fin da principio gli è toccata”. [8]

Se il linguaggio mitologico è utilizzato in Astrologia per fornire indicazioni rispetto alle dinamiche di vita di un soggetto: aspirazioni, potenzialità, conoscenza di sé, raggiungimenti di obiettivi, motivazione, secondo me, possiamo ardire nel fare un salto interpretativo e rileggere le parole di Cassirer sostituendo la parola mitologia con Astrologia.

Certamente l’Astrologia non ha alcuna realtà fuori della coscienza; ma sebbene si svolga soltanto nelle determinazioni di questa, e quindi in rappresentazioni, questo svolgimento, questo succedersi di rappresentazioni non può a sua volta essere semplicemente rappresentato come tale, ma deve necessariamente aver avuto luogo realmente, essersi verificato realmente nella coscienza. L’Astrologia non è quindi semplicemente una concezione riguardante gli dèi presentata in successivi momenti, ma il politeismo svolgentesi per fasi successive, nel quale essa consiste, si può spiegare solo ammettendo che la coscienza della umanità si sia trovata successivamente in tutti i momenti di esso. “Gli dèi che si susseguono gli uni agli altri si sono impadronití realmente l’un dopo l’altro della coscienza. L’Astrologia come storia degli dèi si poté produrre solo nella vita stessa, dovette essere qualcosa di vissuto e di sperimentato”.[9]

La “vita” infatti, secondo la concezione fondamentale di Schelling, non significa né qualcosa di semplicemente soggettivo, né qualcosa di semplicemente oggettivo, ma si trova esattamente sulla linea che divide i due campi: è il punto d’indifferenza fra soggettivo e oggettivo. Se applichiamo ciò all’Astrologia, anche qui è necessario che il mito corrisponda al movimento e allo sviluppo delle rappresentazioni astrologiche nella coscienza umana — poiché questo movimento deve avere un’intrinseca verità — un processo obiettivo, uno sviluppo necessario nell’assoluto.[10]

Il processo di lettura astrologica di un tema natale è un processo teogonico: un processo in cui Dio stesso diviene in cui egli stesso si genera per gradi. Ogni singolo grado di questa genesi, in quanto può essere inteso come un necessario punto di passaggio, ha il suo significato proprio: ma solo nella totalità, nel nesso ininterrotto del moto che procede per tutti i momenti, se ne svela il senso completo e la vera meta. In questa infatti anche ogni singola fase particolare e condizionata si dimostra necessaria, e quindi giustificata. Il processo di lettura astrologica è il processo della verità che si ricostruisce e in tal modo si realizza. “Esso quindi non è certamente verità nel momento singolo, perché allora non avrebbe bisogno di passare al momento successivo, non avrebbe bisogno di alcun processo; ma in questo stesso si genera. Pertanto in esso è la verità — in quanto verità che produce se stessa — che è la fine del processo e che perciò è contenuta complessivamente dal processo come verità compiuta”.[11]

 

 

[1] E. Cassirer, Filosofia delle forme simboliche3 voll., La Nuova Italia, Firenze 1961-66, II, p. 3.

[2] http://www.nicolalalli.it/pdf/piaget.pdf <<I bambini inizialmente attribuiscono “vita” sia ad oggetti animati che inanimati. L’attribuire vita ad oggetti inanimati diminuisce con l’età. La tendenza del fanciullo a considerare i corpi come vivi e dotati di intenzione, è da Piaget chiamata “animismo infantile”. Fino all’età di 6-7 anni, tutti i corpi per il bambino sono “coscienti e vivi, anche quelli immobili. La coscienza è legata ad una attività qualsivoglia, sia che questa attività emani dagli oggetti stessi, sia che questi la subiscono dall’esterno”. Il fanciullo “ignora che possano esserci azioni non accompagnati da coscienza. L’attività è per lui, necessariamente intenzionale e cosciente”>>.

[3] Ibidem, Pag. 5

[4] Ivi.

[5] Ibidem pag. 9

[6] Ivi.

[7] Ivi.

[8] Ibidem, pag. 9

[9] Ibidem, pag. 10Certamente la mitologia non ha alcuna realtà fuori della coscienza; ma sebbene si svolga soltanto nelle determinazioni di questa, e quindi in rappresentazioni, questo svolgimento, questo succedersi di rappresentazioni non può a sua volta essere semplicemente rappresentato come tale, ma deve necessariamente aver avuto luogo realmente, essersi verificato realmente nella coscienza. La mitologia non è quindi semplicemente una concezione riguardante gli dèi presentata in successivi momenti: bensi il politeismo svolgentesi per fasi successive, nel quale essa consiste, si può spiegare solo ammettendo che la coscienza della umanità si sia trovata successivamente in tutti i momenti di esso. «Gli dèi che si susseguono gli uni agli altri si sono impadronití realmente l’un dopo l’altro della coscienza. La mitologia come storia degli dèi si poté produrre solo nel vita stessa, dovette essere qualcosa di vissuto e di sperimentato»”

[10]Ibidem, pag. 11 “La “vita” infatti, secondo la concezione fondamentale di Schelling, non significa né qualcosa di semplicemente soggettivo, né qualcosa di semplicemente oggettivo, ma si trova esattamente sulla linea che divide i due campi: è il punto di indifferenza fra soggettivo e oggettivo. Se applichiamo ciò al mito, anche qui è necessario corrisponda al movimento e allo sviluppo delle rappresentazioni mitiche nella coscienza umana — siccome questo movimento deve avere un’intrinseca verità — un processo obbiettivo, uno sviluppo necessario nell’assoluto.”

[11] Ivi. Il processo mitologico è un processo teogonico: un processo in cui  Dio stesso diviene in cui egli stesso si genera per gradi. Ogni singolo grado di questa genesi, in quanto può essere inteso come un necessario punto di passaggio, ha il suo significato proprio: ma solo nella totalità, nel nesso ininterrotto del moto che procede per tutti i momenti se ne svela il senso completo e la vera meta. In questa infatti anche ogni singola fase particolare e condizionata si dimostra necessaria e quindi giustificata. Il processo mitologico è il processo della verità che si ricostruisce e in tal modo si realizza. «Esso quindi non è certamente verità nel momento singolo, perché allora non avrebbe bisogno di passare al momento successivo, non avrebbe bisogno di alcun processo; ma in questo stesso si genera. Pertanto in esso è la verità — in quanto verità che produce se stessa — che è la fine del processo e che perciò è contenuta complessivamente dal processo come verità compiuta».