A volte, noi, pur essendo persone che hanno un ruolo nella propria vita, che ci ricoconosciamo delle competenze, dei valori potremmo avvertire quel senso di mancanza d’identità, di completezza che ci portano a chiederci: chi sono io? Sono la mia famiglia, il mio lavoro, sono tutte le cose assieme?
Ovviamente non c’è una risposta univoca, ma siamo sulla strada della vita, sul percorso individuativo, direbbe Jung, che in quanto tale cerca di trasformarci ogni giorno, ci colpisce allo stomaco, a volte, altre ci accarezza e l’identità se è ancorata alla Persona, al ruolo che vorremmo mostrare all’esterno, sarà respinta fortemente verso l’Anima che rappresenta la profondità di noi stessi, il lato femminile notturno. Se l’identità si è ancorata a uno o all’altro archetipo, siamo perduti, perché perderemmo la parte opposta. L’identità potrebbe stare nel mantenere l’equilibrio fra tensione opposte, in apparenza diverse, a volte saremo accarezzati dalla vita, staremo facendo bene, seguiremo il nostro telos, la nostra vocazione; altre volte saremo presi a calci, anche in questo caso staremo seguendo la nostra vocazione, ma abbiamo imbroccato una strada sterrata. La nostra vocazione, il daimon, cercano di metterci in guardia. E’ come uno schiaffo ricevuto da un genitore che ti dice che c’è qualcosa che non va, devi capire cosa. Nella fiaba della Gran Bretagna che leggerete di seguito, Il cacciatore e la cucitrice, ci sono diverse figure che rappresentano la strada verso la ricerca dell’identità, non analizzerò puntualmente il senso del racconto, ma v’invito a leggerlo e pensare alla vostra identità.
Siete davvero chi vorreste essere? Vi sentite orfani, senza un nome, senza una madre, un padre, quindi un cognome che vi riconosca come appartenenti a una famiglia? Chi può darvi questo nome, questa identità? Una persona, un’azione, una scelta, un percorso di studio? Chi è il cacciatore, la vostra parte maschile, l’Animus che cerca l’Anima, la parte femminile? Chi è la strega? La società che sembra remare contro di voi e vi vuole distruggere e invece…? L’uccellino della fiaba possiede le ali, vola, è spirito, Psiche, Anima, Ermes, può trasformarsi e ricominciare quando segue il suo destino e sceglie, si trova all’incrocio sulla strada della vita come Ermes.
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“In una misera capanna, sul limitare della foresta, abitava una povera orfana. Essa ricamava tutto il giorno, e spesso anche tutta la notte, per le grandi signore della città, le quali in cambio le davano pochi soldi, che alla fanciulla bastavano appena per vivere. Povera piccola cucitrice! Non sapeva certo che cosa fossero gli agi e il lusso delle sue clienti, ma era felice ugualmente e cuciva, cuciva, cantando a gara con gli uccellini.
Nella parte più tenebrosa della foresta abitava una strega cattiva e crudele che odiava la bella cucitrice, come odiava del resto tutte le persone buone e belle; e cercava ogni occasione per nuocerle. Un giorno, travestita da mendicante, venne a battere alla porta della capanna, chiedendo con voce querula un tozzo di pane.
La fanciulla la fece entrare e le offri un piatto di minestra, che costituiva l’unico suo pasto della giornata. La vecchia, per nulla commossa dall’atto generoso, tirò fuori la sua bacchetta magica e, tic, tac, mutò in un baleno la cucitrice in un uccello, poi se ne andò ghignando soddisfatta.
Dopo il primo attimo di sbigottimento, l’uccello parti ad ali spiegate verso il bosco. Ma come lì tutto era nero e ostile! Le belve ululavano lugubremente, i serpenti fischiavano minacciosi attorcigliandosi in spire intorno ai tronchi secolari, gli alberi sembravano giganti enormi che agitassero le loro lunghe braccia per afferrare la preda, e occhi selvaggi (di lupi? di gufi?) risplendevano di quando m quando nelle tenebre come fuochi fatui. Il povero uccellino credeva di impazzire dalla paura. Dove rifugiarsi? A chi ricorrere?
In quella, un passo fece scricchiolare le foglie secche di cui era ricoperto il terreno, e un uomo apparve tra gli alberi. « Oh! finalmente un essere umano! » esclamò tra sé l’uccello, e aveva già aperto le ali per volare incontro al nuovo venuto, quando, riconoscendolo, un pensiero terribile lo trattenne. Non un amico, ma un nemico era Gualtiero, il celebre cacciatore che faceva tremare persino le belve nel loro covo soltanto col suono del suo corno.
Bisognava fuggire al più presto! Ma per la gran paura la povera bestiola non aveva neanche la forza di muoversi. Gualtiero vide l’uccellino che lo guardava timido e spaurito, tremando come una foglia, e ne ebbe pietà. Gli si avvicinò e, accarezzandolo delicatamente, cercò di rincorarlo. Allora il corno da caccia, ch’egli portava sempre con sé, cominciò a muoversi e a sobbalzare come impazzito. Il suo padrone non lo aveva visto mai in quello stato di eccitazione! Lo portò alle labbra per veder di calmarlo. Ed ecco che, al primo squillo del corno, l’uccellino scomparve, e al suo posto rimase la bella cucitrice in carne e ossa. Il cacciatore sbigottito era senza fiato per la meraviglia, poi, rivoltosi alla fanciulla, le chiese: – Qual è il tuo nome, bella fanciulla? – Non ho alcun nome, poiché i miei genitori morirono prima di darmene uno – rispose la ragazza arrossendo, mentre le lagrime le salivano agli occhi. – Non piangere, piccola, un nome te lo darò io, poiché ti farò mia sposa – replicò il cacciatore commosso – presala per mano, la condusse nella sua casa. I due infatti si sposarono e vissero da allora sempre felici.“




















