Nell’ottobre del 2015 ho terminato di scrivere il mio primo libro: “Astrologia. Perché funziona? Un viaggio attraverso alcuni concetti di psicologia junghiana, filosofia, biologia, fisica quantistica.”  ( https://www.amazon.it/Astrologia-attraverso-psicologia-junghiana-quantistica/dp/1326439626 ) e oggi, mentre leggevo “Sincronicità è coincidenze significative” raccolta di scritti a cura dell’analista junghiano Claudio Widmann trovo un capitolo intitolato: “L’anima del mondo e la fisica quantistica” redatto da Shandena A. Sabbadini, fisico teorico, consulente scientifico della Fondazione Eranos che esprime quello che esprime e conferma quello che io ho evidenziato nel mio lavoro, con la differenza che, detto da me, che fisico non sono ha un peso, detto da uno scienziato ne ha un altro, come è giusto che sia.

Cosa si evidenzia in breve nel suo scritto che ripropongo? L’uomo non riesce a conoscere attraverso i sensi il legame fra mondo quantistico e mondo reale, per la fisica quantistica la materia, la vita sono agglomerati di possibilità/probabilità di manifestazione, mentre il mondo noi lo esperiamo come qualcosa di certo e concreto questo perché: “sono convinto che vi sia una ragione più essenziale per cui la natura quantistica della realtà ci è nascosta. Questa ragione ha a che fare con il fatto che siamo osservatori incarnati nel mondo, ogni nostra esperienza avviene nel mondo, e perciò ogni esperienza, ogni atto di osservazione, produce una modificazione nel mondo, lascia una traccia. Se facciamo esperienza di qualcosa, inevitabilmente qualcosa avviene nel nostro corpo come minimo cambia lo stato di un circuito neurale nel nostro cervello. È possibile dimostrare che il requisito dell’esistenza di una traccia di un processo di osservazione ha implicazioni drastiche per il problema quantistico della misura (Shantena Sabbadini, 2006) […]  I dettagli tecnici dell’argomentazione non sono importanti in questo contesto.

Quello su cui invece vorrei soffermarmi sono certe conseguenze filosofiche di questo approccio. Il mondo non è realistico-locale, non è fatto di cose e non è fatto di alternative classiche. Ma ci appare come fatto di cose, ci appare come un mondo classico, perché ogni nostra esperienza comporta la formazione di una traccia. L’apparenza di un mondo oggettivo discende perciò da una caratteristica essenziale del processo del conoscere, del fare esperienza della realtà. È una conseguenza del fatto che siamo soggetti incarnati nel mondo.

Ma il fare esperienza di qualcosa, di qualsiasi cosa, è precisamente ciò che ci definisce come soggetti. Ritroviamo qui allora l’antica idea dei mistici che soggetto e oggetto non sono due realtà dotate di esistenza indipendente, bensì sono aspetti complementari e coemergenti di un unico processo.

Ogni momento di esperienza comporta il coemergere di un soggetto esperiente e di un mondo esperito che appare al soggetto come «oggettivo», «esterno», fatto di «cose».

In ogni «atomo di esperienza» si riproduce la dualità di soggetto e oggetto, di osservatore e mondo, non come realtà separatamente esistenti, bensì come inscindibili aspetti di un unico processo. Il problema quantistico della misura, quando viene compreso in questo modo, ci mette di fronte alla intrinseca inseparabilità di mente e materia. Il problema quantistico della misura sfida 1a divisione cartesiana del mondo in mente e materia.

Il linguaggio della nostra Weltanschauung scientifica contemporanea si presta male a parlare di queste cose, perché è profondamente intriso della scissione. cartesiana. Per trovare accenni a questo processo in cui soggetto e oggetto, mente e materia coemergono dal terreno indiviso della realtà dobbiamo ritornare a cosmologie più antiche, più vicine a quelle del pensiero primitivo.

Il nostro, dunque, per certi versi, è stato un viaggio circolare. Abbiamo lasciato molto tempo fa l’anima mundi e la partecipation mystique e ci siamo rinchiusi nella nostra torre d’avorio di soggetti conoscenti separati dal mondo. Abbiamo così creato un mondo freddo, duro, utilitario, tecnologico e maschile. Siamo partiti alla conquista dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo per scoprire, alla fine, che la realtà è inseparabile e che il linguaggio della saggezza degli antichi è forse più vicino a descrivere la natura sottile della realtà di quanto non sia il linguaggio del nostro mondo tecnologico.”  (http://www.magiedizioni.com/magiedizioni/Sincronicita_e_coincidenze_significative.html)

Di conseguenza anche l’astrologia, l’interpretazione del tema natale che è un “congelare” il movimento degli astri per poterli interpretare, così come l’iching e la lettura dei tarocchi vivono di questa dicotomia: probabilità/realtà, ma il mondo del probabile ci mette in guardia dal non essere deterministi nel momento dell’interpretazione stesse e che di conseguenza è il soggetto che può scegliere in un ambito d’infinita libertà circoscritta.

Ora seppure la scienza, come abbiamo letto, ci conferma questa lettura sincronistica c’è ancora chi fra noi astrologi e scienziati si ostina a voler fornire predizioni, verità. Resto sconfortato, ma alla fine dico: